Si è svolto lunedì 4 maggio 2026, presso l’NH Hotel di Palermo, il convegno conclusivo del progetto “Metro(Polis): La dipendenza giovanile come metafora contemporanea della crisi del legame sociale”, promosso dalla Lega Contro la Droga APS e realizzato con il contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Politiche Antidroga. Fin dall’apertura dei lavori è emerso il senso profondo del progetto: leggere le dipendenze giovanili non come fenomeni isolati o semplici comportamenti da correggere, ma come segnali di una trasformazione più ampia, che riguarda il rapporto tra soggetto, corpo, desiderio, limite, tecnologia e legame sociale. In questa prospettiva, la dipendenza non è stata assunta soltanto come oggetto clinico o educativo, ma come una lente attraverso cui osservare il disagio della civiltà contemporanea. La giornata si è aperta con i saluti di Angelo Scuderi, presidente della Lega Contro la Droga APS e ideatore del progetto, che ha richiamato la lunga storia dell’associazione, nata a Palermo nel 1982 e da sempre impegnata nella prevenzione, nell’intervento sulle dipendenze e nella costruzione di presìdi territoriali di prossimità. Scuderi ha ricordato come Metro(Polis) si collochi dentro questa storia, proseguendo una tradizione di lavoro che non separa mai la riflessione teorica dall’incontro reale con i territori. A seguire, Provvidenza Olivia Pistritto, della Società Palermitana di Psicoanalisi “Xenìa”, ha introdotto la giornata sottolineando l’importanza di una psicoanalisi capace di dialogare con il sociale e di interrogare le forme contemporanee del disagio. La conduzione dei lavori ha permesso di articolare le diverse voci intervenute in un discorso comune, centrato sulla necessità di restituire parola e ascolto agli adolescenti. Tra i saluti istituzionali, Giuseppe Ciulla, direttore dell’Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni di Palermo, ha evidenziato il valore del lavoro di rete con i ragazzi coinvolti nel circuito penale minorile. Il suo intervento ha posto al centro la necessità di non ridurre il giovane autore di reato alla sola dimensione dell’atto commesso, ma di costruire, attorno a lui, un progetto di vita. In questa direzione, il lavoro con le scuole, con le comunità, con le associazioni e con i servizi territoriali diventa essenziale per prevenire, accompagnare e generare possibilità. Calogero Lo Piccolo, psicoterapeuta e consigliere dell’Ordine degli Psicologi della Regione Siciliana, ha portato una riflessione intensa sul tema dell’impensabilità del futuro. Attraverso il riferimento alla clinica con gli adolescenti, ha mostrato come molti ragazzi sembrino oggi abitati da immagini di catastrofe, solitudine e precarietà. Non si tratta soltanto di fragilità individuali, ma di vissuti che intercettano una condizione sociale più ampia: la difficoltà a immaginare un futuro collettivo, condiviso, abitabile. Il tema della funzione adulta è stato al centro anche dell’intervento di Francesca Paola Ammirata, vice direttrice dell’USSM di Palermo, che ha posto una domanda cruciale: da dove nasce la violenza dei giovani di oggi? Attraverso frammenti di esperienza istituzionale e clinica, Ammirata ha mostrato come dietro l’aggressività, l’apatia o il ritiro si trovi spesso una domanda di contenimento. I ragazzi non chiedono adulti perfetti, ma adulti capaci di esserci, di sostenere il conflitto, di porre limiti, di accogliere senza abbandonare. La riflessione sulle nuove dipendenze è stata approfondita da Francesca Picone, psichiatra dell’ASP di Palermo, che ha affrontato il rapporto sempre più stretto tra digitale, gaming, gambling e gioco d’azzardo online. Il suo intervento ha messo in luce come il confine tra videogioco e gioco d’azzardo sia oggi sempre più sottile, soprattutto a causa di meccanismi di ricompensa, microtransazioni, loot box e dispositivi progettati per trattenere l’attenzione e alimentare la ripetizione. La questione, tuttavia, non può essere affrontata con un semplice proibizionismo: il compito degli adulti è costruire educazione digitale, consapevolezza e comunità educanti reali. Nel corso della mattinata, Angelo Scuderi ha ripercorso la genesi teorica e progettuale di Metro(Polis). Il titolo stesso del progetto rimanda, da un lato, al film Metropolis di Fritz Lang, con la sua immagine di una città divisa tra superficie luminosa e sottosuolo oscuro; dall’altro, al Disagio della civiltà di Freud. Questa doppia radice ha orientato l’intero progetto: leggere le dipendenze come manifestazioni di una città contemporanea anch’essa divisa, in cui alla promessa della connessione permanente corrispondono spesso solitudine, ansia, ritiro, saturazione dell’attenzione e impoverimento del desiderio. Una delle formule emerse con maggiore forza è stata questa: la connessione non coincide con il legame. Si può essere sempre raggiungibili e tuttavia non incontrare nessuno; si può parlare continuamente e non riuscire a dire nulla di sé; si può abitare una rete piena di contatti e non trovare un luogo in cui essere ascoltati.
La seconda sessione ha ampliato ulteriormente lo sguardo. Myriam Barrale, educatrice presso l’Istituto Penale per i Minorenni, ha restituito la complessità del lavoro dentro un contesto estremo, dove le dipendenze da sostanze, il consumo di crack, il gioco d’azzardo, la fragilità psichica e le storie di marginalità si intrecciano con percorsi giudiziari spesso molto dolorosi. Dal suo intervento è emersa con forza una verità semplice e radicale: ciò che funziona, anche nei luoghi più difficili, è la relazione di cura. Essere visti, riconosciuti, sentire di avere valore per qualcuno, resta per molti ragazzi la prima vera possibilità di cambiamento. Francesco Paolo Di Giovanni, coordinatore generale dell’associazione Inventare Insieme e del Centro Tau, ha proposto una lettura volutamente provocatoria, invitando a sostituire per un momento la parola “dipendenza” con “scanzonamento”. Il suo intervento ha sollecitato a spostare lo sguardo dai giovani letti soltanto attraverso le tre “D” — disagio, dipendenza, debolezza — verso tre “B”: bellezza, benessere, business. Una prospettiva che invita a pensare politiche giovanili capaci non solo di contenere il disagio, ma di produrre opportunità, creatività, economia civile e possibilità reali di futuro. Particolarmente significativa è stata anche la restituzione di Provvidenza Olivia Pistritto sul percorso realizzato al Centro Tau. In quindici incontri con adolescenti e giovani adulti, il progetto ha creato uno spazio di parola su social, smartphone, gaming, sostanze, nicotina, alcol, energy drink, relazioni tossiche, violenza, appartenenza e desiderio. I ragazzi hanno partecipato attivamente, arrivando anche alla realizzazione di un video dal titolo Energy Crush, dedicato ai rischi connessi al consumo di energy drink e alcol. Il percorso ha mostrato quanto i ragazzi abbiano bisogno di spazi in cui esprimere domande, paure, curiosità e vissuti, senza sentirsi giudicati. Nella parte conclusiva, Roberta Fundarotto ha raccontato il lavoro svolto nelle scuole, nelle comunità e all’IPM, sottolineando il valore dello psicodramma e delle metodologie attive. Sensibilizzare, ha ricordato, non significa solo informare sui rischi, ma permettere ai ragazzi di sentire, riconoscere e nominare ciò che vivono. Attraverso attività di gruppo, linee del tempo, video, locandine e scene psicodrammatiche, gli adolescenti hanno potuto interrogare il rapporto con le dipendenze, con il gruppo dei pari, con il digitale, con il vuoto, con la noia e con il futuro. A chiudere gli interventi è stata la professoressa Maria Di Simone, docente dell’IPSEOA “Pietro Piazza”, che ha restituito l’esperienza vissuta nella propria classe. Il progetto, ha spiegato, è arrivato in un momento in cui il gruppo classe era attraversato da forti conflittualità, relazioni di possesso, difficoltà comunicative e tensioni continue. Il lavoro con Metro(Polis) ha permesso di trasformare progressivamente lo scontro in parola, il conflitto in occasione di pensiero, la classe in una piccola comunità esperienziale. La sua immagine conclusiva è stata quella dello “zaino” con cui ogni studente entra a scuola: non solo lo zaino dei libri, ma quello dei vissuti, delle ansie, dei sogni, delle paure, delle attese e delle ferite. Uno zaino che non riguarda soltanto lo studente, ma tutti gli adulti e le istituzioni che lo incontrano.
Il convegno si è concluso con una riflessione sulla parola. Non basta, è stato sottolineato, “far parlare” gli adolescenti. Viviamo già in un tempo saturo di parole, commenti, messaggi e contenuti. La sfida è rendere possibile una parola piena, una parola soggettivata, capace di dire qualcosa di sé e di iscriversi dentro un legame. Una parola che non sia rumore, ma affermazione; non semplice scarica, ma occasione di responsabilità e incontro. Il convegno finale di Metro(Polis) ha mostrato che il progetto non si chiude con la conclusione amministrativa delle attività. Al contrario, lascia aperta una direzione di lavoro: continuare a costruire luoghi in cui il disagio giovanile possa essere ascoltato prima di diventare agito, in cui le dipendenze possano essere lette come domande di legame, in cui la prevenzione diventi esperienza, presenza adulta, comunità, possibilità di futuro. Come è stato ricordato nel corso della giornata, ciò che è stato fatto può sembrare una goccia nel mare. Ma di tante piccole gocce abbiamo bisogno, se vogliamo continuare ad alimentare luoghi di parola, creatività, cura e desiderio.















